Iniziamo con la natura, siamo nella regione della Galizia, nel nord-ovest della Spagna, precisamente nella provincia di Pontevedra, con un traghetto mi sono recato alle Isole Cies parte del Parco Nazionale Marittimo-Terrestre delle Isole Atlantiche della Galizia. Per acquistare il biglietto è necessaria un’autorizzazione, gratuita, ottenibile sul sito apposito e poi scegliere tra le due compagnie di trasporto, Piratas di Nabia e Mar de Ons e il porto di partenza tra Vigo, Baiona e Cangas. L’arcipelago consta di tre isole, San Martino a sud, Faro al centro e Monteagudo a nord, queste ultime due collegate tra loro da un tombolo, in gergo tecnico un cordone di sabbia e da una camminamento in cemento, una piccola barriera forata che comunica con il mare aperto permettendo ai pesci non rimanere intrappolati. La storia umana di queste isole risale al Paleolitico, testimonianza ne sono alcuni siti abitativi, per essere poi descritta come il paradiso degli Dei da Tolomeo. Fu abitata da monaci nel V secolo, assaltata dai pirati e rasa al suolo da Francis Drake, quindi nel XIX secolo vennero costruite una caserma, un carcere e due fabbriche per la salagione, attualmente sono disabitate.
Tra un bagno ed un altro si possono fare delle belle camminate vedendo scorci incantevoli. I percorsi sono essenzialmente cinque, tutti con partenza al termine della passerella che conduce dal punto di attracco dei traghetti alla terra ferma, qui sono ben indicate direzioni e distanze. Verso sinistra partono due sentieri, uno, quello che porta a O Faro da Porta, è meno impegnativo, più corto, meno di tre chilometri, costeggia la costa e propone più o meno la stessa vista della più frequentata Ruta do Faro de Cies cui si sovrappone per un tratto. Quest’ultimo è lungo tre chilometri e mezzo, più ripido soprattutto nella parte terminale, con più punti panoramici dove fermarsi a scattare fotografie sia dell’isola di Martiño che della costa di ponente, al termine, raggiunto il faro, si ha una vista a 360° sull’arcipelago e sulla Ria di Vigo.

Lungo il precorso ad un certo punto, sulla destra, troviamo una deviazione che ci porta a Pedra da Campà, dove osservare un’originale roccia con un’apertura centrale, una finestra, derivante dall’attività del vento e poco distante un apposito capanno di osservazione da cui vedere gli uccelli che popolano queste rocce a seconda della stagione. Voltandosi dall’altra parte si ha una vista sul Lago dos Nenos, una laguna costiera tra due le isole principali, salata, poco profonda ma con una diversità biologica importante che si ammira soffermandosi lungo la “diga” che unisce le due isole.

Se ci incamminiamo verso destra ci sono altri due percorsi, uno verso l’Alto do Principe, l’altro che conduce al Faro do Peito. Il primo in poco meno di due chilometri costeggia sulla destra, prima la spiaggia di Figueiras, poi le dune di Figueira Muxieiro dove non si può accedere, poi girando verso sinistra salendo una leggera salita raggiunge la vetta del Monteagudo da dove sono visibili le diversità dei due versanti dell’isola, uno, quello ad est più protetto e pianeggiante dove si trovano le spiagge e l’altro, ad ovest, più frastagliato e verticale. L’orizzonte si contempla sedendosi sulla Silla de la Reina, una roccia granitica scolpita dagli elementi naturali che ha assunto la conformazione di una sedia.

Il secondo sentiero, leggermente più lungo è una deviazione a destra del precedente che porta al faro ed ad un altro punto di osservazione degli uccelli, da qui si ha pure una bellissima vista panoramica sull’estuario di Pontevedra e sulle isole di Ons. Tutti questi sentieri si addentrano in un bosco di pini ed eucalipti per esporsi poi alla flora delle falesie dominate dai gabbiani a cui fanno da contraltare le spiagge e le dune sabbiose.
Le spiagge appunto sono sostanzialmente tre, la prima che si incontra scendendo dal traghetto ovvero la Praia das Rodas, definita dal quotidiano the Guardian la più bella spiaggia del mondo, si tratta di quel tombolo che unisce le isole di Faro e Monteagudo. Lunga, per cui c’è spazio per tutti, di sabbia bianca e fine che scende dolcemente in un mare dal color cristallino, assomiglia ad una spiaggia caraibica, ai lati raggiungibili percorrendo un sentierino, due calette poco frequentate la praia dos Bolos e la praia de Areíña.

Le altre due sono la Playa Das Figueiras, tranquilla, con le stesse caratteristiche della precedente dove si pratica naturismo ed infine la Praia de Nosa Señora, selvaggia, ma molto frequentata. Se si vuole pernottare alle isole Cies l’unica possibilità è farlo al campeggio dopo aver richiesto un permesso speciale. Fare il bagno qui è un’esperienza indimenticabile, ho trovato un’acqua talmente gelida da superare la concorrenza con quella dei mari del nord.
Sempre in Galizia non si può mancare al tramonto a Cabo Finisterre, la storia racconta come per i Romani questo fosse la fine del mondo conosciuto, il posto dove il sole andava a morire. Oggi oltre che uno spettacolo naturale, per i colori del cielo e il rumore delle onde del mare che colpiscono la scogliera, è diventato un evento.
Molte persone si riuniscono al faro guardando verso ovest aspettando il calar del sole, non sono solo turisti ma anche pellegrini che hanno terminato il Cammino di Santiago, qui è il chilometro 0 e tradizione voleva che giunti a Finisterre si bruciasse qualcosa usato lungo il Cammino, ora è proibito. Su una rocca sotto il faro c’è il “monumento” ai pellegrini che terminano il Cammino, uno stivale, una foto ricercata da quasi tutti gli “spettatori”. Il faro, alto poco più di cento metri, eretto vero la metà del ‘800, è quello più ad ovest d’Europa ed è noto perché avverte i naviganti che la costa è pericolosa non per niente è chiamata la costa della morte.

Restiamo ancora in Galizia, sulle sponde del mar Cantabrico, vicino a Ribadeo, dove ci si deve assolutamente fermare e scendere alla Praia das Catedrais un opera d’arte naturale, visitabile da vicino solo con la bassa marea, perciò è importante consultare l’orario delle maree, in caso contrario si può fare una passeggiata lungo la scogliera, su un apposito sentiero. In estate dall’inizio di luglio alla fine di settembre e a Pasqua è necessario un permesso speciale richiedibile gratuitamente sul sito. Meglio andarci di mattina presto, maree permettendo, perché con il passare del tempo viene invasa dai turisti, entrare nelle grotte, fare foto senza persone e godersi questo spettacolo in solitudine non ha eguali. La spiaggia non è “caraibica” il mare con le sue maree la cambia continuamente quindi è meglio andarci con scarpe e abbigliamento comodo. Caratterizzata da falesie di ardesia e quarzite, da archi naturali, alti anche una trentina di metri, grotte con la volta e le pareti colorate e scogli creati dal vento e dall’erosione dell’acqua. Un caos di colori che contrasta con il verde della vegetazione che ricopre la scogliera, l’azzurro del mare e quello giallo tendente al marrone della spiaggia.

Infine i due patrimoni culturali, o meglio tre, due grotte con graffiti, Tito Bustillo e Altamira e il Museo Guggenhein a Bilbao. L’arte rupestre è affascinante sia per la sua storia che per le sue tecniche differenti con cui vengono rappresentati solitamente animali. La prima che ho visitato è quella di Tito Bustillo, si trova a Ribadesella nelle Asturie. La visita è assolutamente da prenotare con largo anticipo utilizzando il sito. Un percorso di settecento metri in una grotta ancora viva dove osservare al buio stalattiti e stalagmiti, la luce rovina i dipinti, porta all’unica sala visitabile dove delle rappresentazioni rupestri, perlopiù cavalli, cervi e renne in stili e tecniche diverse si soprappongono collegate a due periodi separati, uno precedente a a ventimila anni fa, l’altro più recente, tra i diciassette e i dodici mila anni prima di Cristo. Fare fotografie anche senza flash è severamente vietato quindi per le immagini vi rimando a vari siti.
Spostandoci in Cantabria troviamo il Museo nazionale e Centro di ricerca di Altamira dove viene riproposta la grotta di Altamira, che siccome è accessibile solo a poche persone sorteggiate, cinque alla settimana, è stata ricostruita identica all’interno del museo e denominata Neocueva questo per preservare e conservare i dipinti in quella originale.
Qui una visita guidata illustra come era abitata la grotta da diverse gruppi familiari che vivevano di caccia, pesca sfruttando le risorse del territorio, sin dal Paleolitico fino a quando un crollo ne ostruì l’entrata. Scoperta nel 1879 ha custodito per millenni un tesoro d’arte inestimabile, fatto di figure astratte, segni, mani e soprattutto animali. La tecnica di questi dipinti o incisioni è speciale, infatti, oltre all’ocra, al carbone e all’acqua era importante includere le crepe e i rilievi della roccia nella figura che si voleva comporre, per cui ogni figura è unica. Si può vedere una traccia costituita da linee parallele, databile al periodo Aurignaziano, 36.000 anni fa, come delle impronte di una mano o un cavallo con le zampe anteriori sollevate di 22.000 anni del periodo Solutreano, oppure cervi, capre e bisonti di periodi più recenti che rappresentano la varietà di colori caratteristica di questa grotta, esempi di questa tecnica sono una cerva che pare in gravidanza, la pancia segue un rigonfiamento della roccia, oppure un bisonte sdraiato. Per organizzarsi la visita al meglio basta consultare il sito

Il Museo Guggenheim si trova a Bilbao, venne inaugurato nel 1997 ed espone, oltre alla collezione permanente, mostre di opere d’arte contemporanea. Progettato dall’architetto canadese Frank Gehry e inaugurato nel 1997, è facilmente riconoscibile anche da lontano, infatti, la sua struttura esterna, che potrebbe assomigliare ad una nave, è di materiali come il titanio e altre leghe metalliche che riflettono la luce sia naturale che artificiale.

Incluso nella struttura anche il ponte Principi di Spagna, detto anche La Salve, riconoscibile per l’arco rosso dell’artista Daniel Buren. Anche riguardo alla collezione partiamo dall’esterno dove possiamo ammirare, sul piazzale dell’entrata Puppy un coloratissimo cagnolino, opera di Jeff Koons, un grande West Highland Terrier, decorato con fiori di aiuola quindi ha vita propria e volendo gli si può cambiare colorazione. Una seconda opera, è alloggiata lungo il fiume, si tratta di Maman, il grande ragno in bronzo, alto nove metri, di Louise Bourgeois. Anche anch’essa si trova all’esterno e, secondo l’artista, è dedicata alle donne ed in particolare alla maternità, infatti, al centro si nota un sacchetto che contiene delle uova in marmo.


Dal ponte che divide la piscina che circonda il museo dal fiume esce una fitta nebbiolina, non c’è da impressionarsi è Fog Sculpure di Fujiko Nakaya, poco più avanti possiamo ammirare emergere dall’acqua una torre di 73 sfere, Tall Tree and the Eye di Anish Kapoor che riflettono vicendevolmente tra loro tutti i colori che le circondano. Entrando nell’atrio, illuminato dalla luce naturale, e alzando lo sguardo si fissa un’architettura del tutto particolare fatta di grandi finestre oblique ed angolate accompagnate da pilastri e e travi d’acciaio, intersecate dalle passerelle dei tre piani.

Tra le opere, quelle essenziali dove fermarsi qualche minuto in più oltre alle opere di Marco Rotko, Senza Titolo, di Andy Warhol, Centocinquanta Marilyn Multicolori“, alla scultura di Jeff Koons Tulipani, un mazzo di fiori in acciaio di vari colori, ci sono due installazioni Installazione per Bilbao di Jenny Holzer dove su uno sfondo blu scorrono, verticalmente, dei testi in rosso che richiamano l’attenzione nello sforzo di leggerli, la Wall Drawing #831 di Sol LeWitt, un acrilico dalle forme irregolari su una parete ricurva, ed infine The Matter of Time di Richard Serra, un labirinto di otto pezzi osservabili dall’alto, dall’esterno e camminando negli spazi interni, così la prospettiva di fruizione cambia radicalmente.
Quando l’ho visitato era in corso l’esposizione temporanea di Yoshitomo Nara, apprezzato artista giapponese famoso per le figure femminili infantili, con tratti ispirati ai fumetti, in atteggiamenti che variano tra il minaccioso, il misterioso, il seducente, che possono indurre sentimenti di tristezza o di gioia, di cattiveria o di solitudine sempre però di interpretazione propria anche se poi i messaggi e i titoli delle opere sono molto chiari.

Immediatamente vicino al museo c’è Zubizuri, il ponte pedonale dell’architetto Santiago Calatrava che collega le due rive del fiume Nervión. La struttura presenta un grande arco in acciaio bianco collegato sulle due parti con dei cavi, il pavimento in cristallo, ora coperta, così da far vedere la struttura sottostante, ai lati delle scale per scendere fino all’altezza della strada. Questo tipo di pavimentazione, essendo scivolosa, ha ingenerato una polemica tra il comune di Bilbao e l’artista stesso in conseguenza delle molte cadute dei pedoni e della fragilità della pavimentazione stessa.