Spostandoci da Spoleto verso Foligno e Spello si devono assolutamente visitare alcuni borghi che, oltre alle loro caratteristiche medioevali, presentano anche delle particolarità interessanti. Il primo che si incontra percorrendo la Strada Statale numero 3, la via Flaminia, è Campello Sul Clitunno. Questo comune, adagiato su dolci colline terrazzate coltivate a ulivi e vigneti e intervallati da boschi di montagna, è suddiviso in due nuclei, Campello Alto e Campello Basso. Il primo conserva le mura, ancora immutate con i torrioni ed un’ unica porta, ma soprattutto il castello, eretto nel XI secolo. Il secondo ospita la chiesa cinquecentesca della Madonna della Bianca, con il suo splendido portale in pietra ed internamente alcuni affreschi, nella sacrestia sono ospitate l’Annunciazione e la Natività di Giovanni di Pietro, detto Spagna.
Sono due le gemme che troviamo in questa zona e precisamente le Fonti del Clitunno, una serie di sorgenti sotterranee che assieme formano un piccolo lago dalle acque limpide che da origine a questo piccolo fiume della lunghezza di neanche sessanta chilometri, ma già noto ai tempi dei Romani, pare che al tempo fosse navigabile. Il Clitunno è ricordato da Giosuè Carducci nelle sue Odi barbare, ma anche da altri poeti come ad esempio Lord Byron. Dalla metà dell’ 800 è stato creato un parco, dove fermarsi per una pausa tra la vegetazione di salici e pioppi, l’ingresso è a pagamento.
A pochissima distanza, neanche due chilometri, si erge la seconda, il Tempietto del Clitunno, un piccolo edificio di culto di età romana patrimonio dell’Unesco dal 2011 quale parte di questo sito.
Guardandolo si può notare come il riutilizzo dei materiali indichi una datazione della sua costruzione che varia dal IV al XIII secolo questo perché alcune parti portano chiari i segni appartenenti alla romanità come ad esempio il colonnato corinzio, ma anche alla riconversione cristiana, infatti, si può notare una croce all’interno del timpano e l’iscrizione sull’architrave dedicata al Dio degli Angeli.


L’interno presenta una nicchia con al centro un’edicola con ai lati affreschi del VII secolo, sopra un Cristo benedicente della stessa epoca. Il basamento su cui poggia, con una stanza accessibile da una porta frontale, è di difficile datazione, si accedeva alla parte sovrastante attraverso una scalinata e un piccolo portale.
Prima di girare verso sinistra ed imboccare la SSP 447 in direzione di Montefalco, sulla collina alla nostra destra, si vede Trevi che dalla sua posizione sul monte Serano domina tutta la vallata. Già Plinio il vecchio ne parla anche se ci sono delle testimonianze di epoca preistorica. La sua importanza aumenta dal punto di vista commerciale con il transito della via Flaminia fino all’arrivo dei Longobardi e si riprese in età medioevale con il passaggio sotto lo Stato Pontificio e il governo di importanti famiglie del luogo che fecero costruire bellissimi ed imponenti palazzi ed importanti opere d’arte perlopiù custodite in chiese come ad esempio il Santuario della Madonna delle Lacrime dove ammirare l’ Adorazione dei magi e, ai lati, i Santi Pietro e Paolo del Perugino.
Dopo poco tempo si arriva a Montefalco, anch’esso posto su un colle coltivato con uliveti e vigneti, che domina la valle dei fiumi Clitunno e Topino, posizione che le valse il soprannome di “Ringhiera dell’Umbria”. Un tempo questo paese si chiamava Coccorone, la leggenda racconta come Federico II di Svevia visitando questi luoghi abbia notato una grande presenza di falchi tant’è che anche i suoi scapparono ma gli vennero riportati dagli abitanti nella speranza che risparmiasse il paese. L’imperatore decise allora di rinforzare le mura e di cambiarne il nome in Montefalco. Oltre all’eccellente vista sulla vallata ci si deve fermare nella piazza principale ovvero piazza del Certame, il punto più elevato del paese, di forma circolare dove confluiscono le strade principali del borgo. I palazzi che vi si affacciano sono quello comunale della fine del XIII secolo con la torre campanaria e un loggiato trecentesco, il teatro comunale ricavato dall’ex chiesa di san Filippo Neri, il piccolo Oratorio di Santa Maria anch’esso del XIII secolo e altre residenze signorili.

Dalla piazza scendendo lungo via Ringhiera Umbra si arriva di fronte alla chiesa di san Francesco, più precisamente al Complesso Museale di san Francesco il vero gioiello di Montefalco, si possono visitare la Chiesa di San Francesco, la Pinacoteca civica con la sezione Archeologica e le cantine dei frati. La prima è la Pinacoteca dove in quattro sale sono esposte opere che vanno dal XV al XVII secolo.
Di particolare attenzione sono alcune composizioni del pittore Francesco Melanzio, situate nell’ultima sala, tra cui la tempera del 1498, come riportato in basso a sinistra che raffigura la Madonna in trono con il Bambino e i Santi Antonio da Padova, Bernardino da Siena, Francesco d’Assisi, Fortunato, Ludovico da Tolosa e Severo. Si può notare molta somiglianza con lo stile di Pinturicchio in relazione alla sua composizione con la Madonna al centro, i santi ai lati con sullo sfondo un lago. Un secondo capolavoro è la Madonna con il Bambino e i Santi Sebastiano, Fortunato, Severo e Chiara da Montefalco, una tempera su tavola con lo sfondo in oro recuperata dalla chiesa di Santa Maria di Turrita in Montefalco. Il dipinto è inserito in una cornice in legno con due colonne ai lati unite, in alto, da una struttura orizzontale decorata con putti e fregi naturali, appena sotto, una frase che menziona quando venne eseguito il dipinto ed in onore di chi, la Beata Vergine Maria, adorata a dicembre. Qui viene rappresentata centralmente la Madonna in trono con in braccio in Bambino circondata da angeli ai lati si riconoscono, da sinistra, san Sebastiano, trafitto dalle frecce, a seguire san Sebastiano, sul lato opposto prima santa Chiara da Montefalco e san Severo.

Scendendo una scala si entra nella Chiesa di san Francesco eretta, con il convento, qualche anno prima della metà del XIV secolo, qualche anno dopo vennero costruite delle cappelle in allineamento con la facciata. Esternamente l’architettura è semplice ed alquanto anonima è l’interno che lascia stupiti davanti a tanto splendore, infatti la navata centrale con il soffitto a capriate in legno e due cappelle ai lati, termina con l’abside, a volta, pentagonale, affrescata, nel 1452, dall’ allievo del Beato Angelico Benozzo Gozzoli, con le Storie della vita di San Francesco rappresentate in dodici scene su tre piani differenti associate ad una scritta esplicativa.
Partendo dal basso a sinistra si osserva la nascita del Santo, per continuare con Francesco che dona un mantello ad un poverello e poi ancora la rinuncia ai beni terreni e l’incontro davanti alla basilica di san Pietro con san Domenico. Spostandoci medialmente vediamo Papa Innocenzo III, la cacciata del diavolo dalla città di Arezzo, san Francesco che predica agli uccelli e benedice Montefalco ed infine alcuni scene dedicate al signore di Celano ovvero la cena, la confessione e la sua morte. Per finire verso destra il Presepe di Greccio, la Prova del fuoco davanti al Sultano, San Francesco riceve le stimmate presso il Monte della Verna e la morte del Santo.

In basso il coro ligneo e sopra di esso dei medaglioni con raffigurazione di ritratti di personaggi illustri come alcuni frati e al centro Dante, Petrarca e Giotto.
Partendo dal fondo, sulla sinistra, troviamo alcune nicchie ed edicole, la prima, sulla controfacciata, di sinistra, affrescata dal Perugino nel 1503, raffigura in alto l’Annunciazione, da notare l’inversione delle posizioni rispetto all’ iconografia classica, immediatamente sotto al centro, la Natività, dove la capanna è composta da quattro colonne e un tetto in legno, tutt’attorno un paesaggio collinare, nella semicupola Cristo benedicente contornato da angeli. Proseguendo, lungo la parete di sinistra, vediamo la nicchia di Sant’Andrea con un affresco di Tiberio d’Assisi che raffigura la Madonna con Bambino in trono tra i Santi Andrea, con alle spalle i committenti, e Buonaventura da Bagnoregio, la datazione è ripresa nella scritta sottostante. Continuando il percorso troviamo la nicchia di Sant’Antonio da Padova con affreschi quattrocenteschi opera di Jacopo Vincioli che rappresentano, al centro, su una finta pala dorata, il Santo a sinistra e a destra alcune scene della vita di sant’Antonio, sopra una crocefissione.


A seguire altre nicchie con resti di affreschi, nell’ultima prima della Cappella della Concezione, una lunetta con Madonna con Bambino tra santi ancora ben conservata. Infine appunto la cappella della Concezione, detta anche Bontadosi, con affreschi del XVI secolo. Sulla pala dell’altare viene rappresentata l’ Immacolata Concezione con i santi Francesco e Antonio e committenti e quella della Passione con affreschi del secolo precedente. Le mura delle cappelle della parte destra costruite nel ‘300 sono stata distrutte nel ‘700 secolo ottenendo in questo modo una navata lungo la quale si susseguono alcune cappelle.
Le più significative sono la cappella di San Girolamo affrescata da Benozzo Gozzoli una volta finita l’abside. La gran parte dei dipinti che rievocavano la storia del Santo è andata distrutta, quello che è rimasto si osserva sull’arco d’entrata dove si vede il Cristo benedicente contornato da angeli e alcuni santi. Sulle pareti, a destra alcune scene di vita di san Girolamo, quando mostra il leone ai monaci, quando il leone riporta gli asini al monastero e san Girolamo penitente nel deserto. Sulla parete di fondo al centro in una finta pala d’altare, la Madonna in trono tra Santi, sopra nella lunetta la Crocifissione, ai lati altre due scene della vita del Santo, tra cui una delle vicende più famose, san Girolamo toglie una spina dalla zampa di un leone, infine, nelle vele della volta i quattro evangelisti riconoscibili dai loro simboli.

La seconda è quella dedicata a Sant’Antonio Abate dove sono descritte alcune storie del Santo che affrescano le pareti laterali, la volta a crociera e la lunetta, internamente c’è la Madonna del Soccorso, opera di Francesco Melanzio. Adiacente la cappella dell’Annunciazione o dei Cordigeri dove vediamo, sulla volta un Cristo benedicente e nelle vele i quattro evangelisti. La terza è quella di san Bernardino, o della Croce, anch’essa affrescata nella meta del XV secolo da Jacopo Vincioli, si può notare lo stesso schema della Cappella di sant’Antonio da Padova, infatti osserviamo, al centro il Santo con abiti da predicatore, lateralmente due scene della sua vita e sopra una crocefissione. Vicino c’è la cappella del Crocefisso dove è esposto un trecentesco crocefisso in legno.
Per finire ci sono la sezione archeologica, sotto l’abside della chiesa di san Francesco, dove osservare reperti che percorrono molti secolo dal I a.C. al XVI d.C. tutti ritrovati nel territorio di Montefalco, di valore è una lastra del I secolo a.C. decorata con con elementi naturalistici che, nel tempo, ha subito delle trasformazioni, prima utilizzata come altare ed in seguito come lavabo togliendole gli ornamenti e le cantine dei frati, scoperte durante i lavori di allargamento del museo dove si vedono torchi ed attrezzi per la produzione e la conservazione del vino tra cui alcune vasche collegate tra loro che venivano usate per la pigiatura e la spremitura dell’uva. Per ultimo volendo fare una pausa si può degustare un’altra eccellenza di questo borgo ovvero il vino rosso Sagrantino di Montefalco DOCG.
Continuando il nostro viaggio alla scoperta di particolarità interessanti arriviamo a Bevagna. La visita inizia da Porta Cannara, considerando anche che poco prima c’è un grande parcheggio. Questa porta, caratterizzata da un unica torre imponente dove si possono riconoscere alcuni stemmi araldici, sulla parete opposta c’è una lapide che ricorda Giuseppe Garibaldi, è una delle cinque porte, conservate in maniera mirabile, che compongono la cinta muraria di età medioevale che si rifanno al tracciato di quelle romane. Da qui ci si inoltra in piazza Garibaldi dove sulla sinistra si nota la chiesa di san Francesco dalla facciata severa che contrasta con gli stucchi ed i dipinti dell’unica natata interna.

Continuando, prima del tempio romano di cui si riconoscono ancora le colonne addossate alle pareti esterne di quella che era la chiesa della Madonna della Neve, svoltando verso destra arriviamo alle antiche Terme Romane dove ammirare un grande mosaico in bianco e nero con al centro polipi e altre animali marini come polipi, delfini e aragoste mentre sui lati ci sono tritoni e ippocampi.
Continuando lungo corso Giacomo Matteotti si entra in piazza Filippo Silvestri, un vero spaccato medioevale con al centro una fontana dell’800 costruita sopra un pozzo preesistente e da una parte il duecentesco Palazzo dei Consoli, che ha subito numerosi restauri pur conservando la sua mole a forma squadrata in blocchi di travertino. Il pian terreno di distingue per le sue volte a crociera e un loggiato che formano un ampio porticato, sopra due ordini di bifore e, lateralmente, una scalinata che conduce all’interno dove troviamo il Teatro intitolato a Francesco Torti, uno dei più piccoli dell’intera regione. Direttamente collegata c’è la chiesa di San Silvestro eretta nello stesso secolo in stile romanico, si nota immediatamente la facciata incompiuta con una porta ornata con bassorilievi con tralci di vite e dall’iscrizione della sua fondazione superiormente due bifore ai lati e una trifora centrale e un cornicione decorato con animali. L’interno, a tre navate con grosse colonne con capitelli abbelliti da foglie, in fondo il presbiterio è sollevato rispetto alla cripta.

Di fronte si erge la chiesa di San Michele Arcangelo, costruita nell’anno mille dai maestri Binello e Rodolfo come riporta l’iscrizione all’entrata. La facciata, con l’inserimento, centralmente, di un rosone e l’interno vennero rinnovate nel XVII in stile barocco, il campanile invece è gotico.
Verso la metà del secolo scorso si procedette ad un ulteriore restauro con l’obiettivo di riprenderne lo stile originale, quello medioevale, di notevole bellezza il portale centrale con San Michele che uccide il drago sulla sinistra e un angelo sulla destra e superiormente due trifore. Internamente lo spazio è suddiviso in tre navate con il presbiterio sopraelevato. Nella cappella della navata di destra, dedicata alla Madonna del Carmine, è tutt’ora rintracciabile il barocco nella fonte battesimale e negli affreschi di Andrea Camassei

Attorno a Bevagna scorrono due fiumi il Topino e il Clitunno che assieme alla via Flaminia che attraversava l’allora Mevania trasformarono questo borgo in un importante centro commerciale in epoca romana. Il Clitunno nei pressi della medioevale porta dei Molini forma un piccolo laghetto artificiale detto dell’ Accolta, su un lato di questo specchio d’acqua si trova un antico lavatoio pubblico utilizzato per lavare i panni, è visibile dal ponte sovrastante che termina con porta Todi dove ci sono due case ottocentesche utilizzate allora per riscuotere per il dazio. Oggi la città è famosa per essere un set cinematografico all’aperto, per la produzione di olio e vino ma soprattutto per il Mercato delle Gaite, gli antichi quattro quartieri in una rivocazione storica medioevale.
Infine Rasiglia, nonostante conservi ancora dei tratti medioevali è meglio conosciuta come la Venezia dell’Umbria per via dei corsi d’acqua che la attraversano, questa particolarità l’ha trasformata in una meta molto turistica. Percorrendo i viottoli, ormai invasi da attività turistiche, ci si ferma lungo le opere di canalizzazione del fiume Menotre che formano piccole cascate e piccoli bacini.

Questo borgo è quindi un’oasi tra le colline dove l’acqua è una ricchezza economica, un tempo per le attività di lavorazione di lane e pelli, c’erano mulini, filande e concerie, ora il turismo ha preso il sopravvento anche se ancora si possono vedere e toccare gli strumenti di quell’ epoca come telai e cardatrici oppure visitare i vecchi mulini e il lavatoio perfettamente restaurato, ma il luogo più ricercato è senza dubbio la Peschiera, nella foto, una vasca in pietra che veniva usata per lavare e tosare le pecore.
Una chicca, nella chiesa di san Francesco era esposto il trittico la vergine in trono col Bambino e Santi e scene della vita della Vergine e di santa Chiara, opera del pittore folignate Giovanni di Corraduccio, detto Mazzaforte.

Si tratta di una tempera su tavola con il fondo in oro datata 1415, come si può vedere nella foto al centro del polittico c’è la Madonna in trono e il Bambino, ai fianchi alcune sante, davanti santa Caterina d’Alessandria e santa Margherita d’Antiochia, dietro altri santi tra cui san Francesco d’Assisi, in alto, nei tondi ci sono san Pietro e san Paolo, sopra la crocefissione con con Maria e san Giovanni ai piedi della croce. Lateralmente, partendo dal basso, a destra l’annunciazione e sopra la morte di santa Chiara, a sinistra l’arcangelo Michele e sant’Antonio abate, superiormente la cosiddetta Dormitio Virginis la morte di Maria e la sua assunzione in cielo.