Questo perché è l’albero inserito nello stemma cittadino ma non solo, infatti si fregia di altri due soprannomi, Città della Pace in riferimento alla Campana dei Caduti ed è anche conosciuta come Atene del Trentino per la sua vasta offerta culturale.
Partiamo quindi dalla Campana dei Caduti meglio conosciuta come Maria Dolens, si trova sul colle di Miravalle dal 1965 e ricorda, con cento rintocchi ogni sera e la domenica a mezzogiorno, i caduti di tutte le guerre mandando un messaggio di Pace.
Progettata e fusa nel 1924, su idea di don Antonio Rossaro, con l’utilizzo del bronzo di cannoni usati nella prima guerra mondiale è stata fusa per tre volte per migliorare il suo suono e per riparare una crepa. Quella attuale, benedetta da Papa Paolo VI, non è quindi quella originale, ma data la sua struttura è la più grande del mondo con suono a distesa cioè con un suono continuo derivante dall’ oscillazione del battacchio. La sua collocazione è inserita in un museo che con una serie di fotografie e cartelloni esplicativi racconta l’intera sua storia. Per raggiungerla si deve percorrere un viottolo lastricato contornato da 105 bandiere dei paesi aderenti al Memorandum di Pace di Maria Dolens impegnato a promuovere la pace tra i popoli, più quella della Federazione internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa.

Dal parcheggio seguendo un sentiero lungo circa un chilometro si arriva al Sacrario militare di Castel Dante dove sono sepolti oltre ventimila soldati sia italiani che austroungarici morti durante la prima guerra mondiale, qui, al piano superiore, ci sono anche le tombe di Fabio Filzi e Damiano Chiesa due martiri irredentisti, al piano inferiore si trova il busto in marmo del maresciallo d’Italia Gugliemo Pecori Giraldi e una lapide a ricordo delle medaglie d’oro della Legione Trentina.
L’offerta culturale della città parte senza ombra di dubbio dal MART, il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Le sedi sono tre, Rovereto quella principale e più conosciuta e visitata, nella stessa città la Casa d’Arte Futurista Depero e a Trento, dal 2013 la Galleria Civica.
La sua storia inizia nel 1987 con l’inaugurazione di una mostra di Giovani Segantini, pittore nato ad Arco in Trentino, esponente della corrente del divisionismo, a Palazzo delle Albere a Trento dove già qualche anno prima c’era un polo dedicato all’arte moderna e contemporanea, questa sarà la sede fino al 15 Dicembre del 2002. L’edificio odierno è stato costruito su progetto di Mario Botta e dell’ingegnere roveretano Giulio Andreolli con l’intenzione di ampliare lo spazio espositivo per raccogliere in primo luogo le opere di Fortunato Depero e altri artisti seguendo l’indicazione del futurismo e dell’architettura razionalista degli anni Trenta del Novecento, temi approfonditi con il passare del tempo. Ora la collezione permanente consta di più di ventimila opere, dipinti, disegni, sculture ed incisioni di artisti come Giorgio de Chirico, Giacomo Balla Mario Sironi oltre a Fortunato Depero ovviamente, provenienti anche da fondazioni private come, ad esempio, la collezione VAF-Stiftung, inoltre realizza, ogni anno, molte mostre e progetti.


La struttura architettonica si presenta con una cupola in acciaio e vetro disposti a raggiera che ricorda, nella sua forma, quella del Pantheon, ormai è diventata anche il simbolo della città, sotto di essa una fontana e un ampio spazio da cui si arriva all’ingresso, per la costruzione delle facciate è stata usata la pietra gialla di Vicenza che da un tono palladiano all’edificio in perfetto accordo con i palazzi vicini.

Le esposizioni sono strutturate su due piani diversi congiunti da un matroneo da cui osservare la piazza sottostante o la cupola, ai piani inferiori, oltre alla biglietteria ci sono, la sala conferenze e i negozi per comperare alcuni ricordi, nel seminterrato invece è custodito un importante archivio storico e una biblioteca, esternamente, sopra il garage un giardino ospita delle sculture.
Con lo stesso biglietto si visita la Casa d’Arte Futurista Depero, situato in via Portici, nell’ex Monte dei pegni, edificio di epoca medioevale, ad un quarto d’ora dal Mart. Questo museo è nato da un’idea dello stesso artista che riuscì a portare a termine solo parzialmente questo progetto e di cui restano ancora molti schizzi che documentano come doveva essere l’arredamento interno. Nel 2009 dopo il completamento del restauro la Casa Depero iniziò ad ospitare esposizioni temporanee su argomenti legati al Futurismo, oggi si possono ammirare due piani di esposizione.
Al primo piano nell’entrata, sono esposti i libri dell’artista, tra cui il famoso libro imbullonato con la copertina chiusa da bulloni. Nella sala successiva si ammira Diabolicus, un’autoritratto in posa su un’abisso tra le montagne della sua terra, le Dolomiti simili a grattacieli. Nella terza sala, chiamata Auto-réclame, si vedono alcuni lavori fatti dall’artista per le copertine di importanti riviste come “Vanity Fair” e “Vogue” realizzate nei suoi anni di residenza a New York dove aprì una sede della Casa d’Arte, la Depero’s Futuristic-House che però fallì in brevissimo tempo.

Infine sempre sullo stesso piano la Sala Rovereto, concepita in onore della sua città, qui le pareti sono decorate da dipinti ad olio e tempera che raffigurano, in un trittico, Rovereto e i suoi caratteristici luoghi come il castello e le chiese. Sulle pareti laterali ci sono pannelli che si riferiscono alla guerra e alla propaganda di alcune regioni italiane, infine, ci sono i busti dell’artista e di sua moglie Rosetta.

Al piano superiore si ammirano una sere di mobili decorati con tecniche e colori differenti, ma soprattutto fanno bella mostra gli arazzi dove affiorano figure folcloristiche, ne sono un esempio il carretto siciliano nella Festa della sedia oppure i figuranti della Serrada.

Percorrendo Corso Bettini, dove si affacciano i più importanti palazzi della città tra cui il teatro Riccardo Zandonai, il primo teatro del Trentino, costruito in due anni a partire dal 1782. Durante la prima guerra mondiale venne chiuso ed usato come stalla, si procedette poi al suo restauro conservando lo stile originale con i palchi in legno e le decorazioni del soffitto e gli stucchi dell’atrio per cui oggi è uno dei teatri meglio conservati del Paese. In pochi minuti arriviamo in piazza Antonio Rosmini dove si possono osservare gli affreschi che ornano la facciata del palazzo del Bene, oggi sede di una banca, è datato XV secolo. Esternamente, i dipinti raffigurano le stagioni mentre le volte sono fregiate con festoni e motivi floreali, dopo la ristrutturazione avvenuta nei primi anni del secolo scorso, lo stile è quello rinascimentale veneziano.

Continuando su via Orefici dobbiamo interrompere la visita dello splendido centro storico in piazza Cesare Battisti, già piazza delle Oche, dove al centro, vediamo la fontana del Nettuno realizzata nel 1736, vandalizzata negli ultimo anni, tutt’attorno abitazioni di altezza diversa, particolare è la facciata della casa Lenner che ospita l’affresco della Madonna della Stella. Su un lato c’è il caffe Bontadi sede della torrefazione più antica d’Italia, per cui è quasi obbligatorio fermarsi e godersi un caffè.
Imboccando via Rialto con le sue case colorate e attraversata la quattrocentesca porta di San Marco, su cui campeggia il leone della Serenissima, si scopre la Rovereto veneziana, infatti, arriviamo nella piazza omonima e ci troviamo di fronte la facciata neoclassica della chiesa Madre di San Marco dove si staglia, nel timpano sopra l’accesso principale, un rilievo del leone di San Marco a testimonianza del dominio della Repubblica di Venezia. Costruita verso la metà del XV secolo presenta una navata con cappelle ai lati in stile barocco la cui sfarzosità si nota nelle colonne e negli altari settecenteschi ma soprattutto sul soffitto completamente affrescato.

Nel presbiterio si osserva la pala di San Marco opera di Vittorio Emanuele Bressanini dipinta in sostituzione della consacrazione della città di Rovereto a Maria Ausiliatrice, un affresco che venne distrutto durante la prima guerra mondiale.
Procedendo su via della Terra, che conserva ancora oggi la sua struttura seicentesca, dopo pochi passi ci troviamo di fronte alla Torre Civica o Torre dell’orologio eretta dapprima nel trecento come torre di difesa e poi nei primi anni del cinquecento come porta di entrata delle mura. L’orologio, posto sopra una finestra a bifora, di forma circolare è ancora funzionante sopra si vede una campana del XVIII secolo. Alla fine della contrada si sbuca in piazza Podestà dove c’è il palazzo Pretorio oggi sede del Comune. Palazzo quattrocentesco che ricorda due stili, il primo quello veneziano visibile negli affreschi del porticato ed internamente nelle sale del Consiglio e del Sindaco, il secondo quello settecentesco dell’entrata e del balconcino, stili riscontrabili anche sulla facciata che guarda vero il torrente Leno. Sulla sinistra dell’ingresso guardando bene, ci si accorge di una pietra, che riporta la pertica veneziana e il braccio viennese, le unità di misura usate a Rovereto intorno al XVIII secolo.

Sulla sinistra della piazza è posizionato il mortaio Skoda, un mortaio che venne impiegato nella grande guerra, da qui intravvediamo anche il Castello, trecentesco, costruito dalla famiglia Castelbarco, venne trasformato in fortezza il secolo seguente dai Veneziani, munendolo di quattro bastioni, struttura che conserva ancora oggi, esempio di roccaforte alpina tardomedievale tra le meglio conservate. Nella sua storia ebbe funzioni diverse da ricovero per poveri a carcere fino a caserma austriaca durante la prima guerra mondiale, per questo motivo in quel periodo subì molti bombardamenti da parte dell’artiglieria italiana. Dal 1921 il MITAG ovvero il Museo Storico Italiano della Guerra, oltre a mostre temporanee, ospita le esposizioni che ricordano le dotazioni dei soldati, si possono vedere elmi, uniformi con le decorazioni e i gradi militari, armi anche di altri periodo storici, volantini, lettere e anche un aereo, appeso al soffitto, un Nieuport-Macchi 10, per la precisione. Uscendo in pochi minuti si è sul ponte Forbato da dove, sulla sponda sinistra del torrente, si guarda la casa dei Turchi, dall’architettura suggestiva, di epoca veneziana con i balconi in legno traforato che permette la vista esterna ma impedisce di essere visti, si dice che avesse funzione di harem quando, nel ‘700, la città era importante per l’industria tessile.

Avendo ancora un poco di tempo si può visitare la chiesa di Santa Maria del Suffragio. Eretta nel XVIII secolo è un esempio di barocchetto lagarino, forma con elementi stilistici che richiamano al rococò, tipica della parte terminale della val d’Adige, la val Lagarina. La facciata si divide in due piani con nicchie che contengono le statue della Madonna, di san Pietro, di san Paolo e dei vescovi sant’Ambrogio e sant’Agostino. L’interno è una navata unica con quattro pulpiti ai lati, la volta a vela e le pareti ornate da stucchi che rappresentano angeli con elementi curvilinei, sulla parete di fondo un affresco raffigura l’Annunciazione.