Il quartiere Coppedè un’architettura mistica e fiabesca.

Sono stato a Roma ormai innumerevoli volte in varie circostanze e ho visitato la città con i suoi monumenti più famosi, il Colosseo, Castel Sant’Angelo, le piazze, da piazza Navona a piazza del Popolo, dal Pantheon a piazza di Spagna e Trinità dei Monti, la fontana di Trevi e la Basilica di San Pietro, insomma tutte le attrazioni principali. Un poco stufo di vedere sempre turisti e code davanti a questi luoghi e vestigia, ho deciso di fare quattro passi nel quartiere Coppedè. Come ci si arriva? Da piazza dell’Indipendenza, di fronte alla stazione Termini, percorrendo prima via Goito e poi via Piave fino alla Salaria, poi via Po attraversate piazza Buenos Aires da dove si intravvede l’arco dei palazzi degli Ambasciatori, l’entrata al quartiere. A piedi sono circa tre chilometri, forse meglio servirsi della metropolitana o del bus. In verità è un agglomerato di edifici inserito nel quartiere Trieste però appena si oltrepassa l’arco, che unisce i palazzi degli ambasciatori di via Dora, a me è sembrato di entrare in un luogo piacevole, fiabesco e misterioso, di essere in un’altra Roma, meno trafficata, meno caos, meno palazzoni, meno macchine in doppia fila e anche meno sporcizia, solo villini e palazzine tutte con uno stile proprio che unisce l’art déco con il barocco e il gotico senza dimenticare lo stile liberty. Progettato dell’architetto Gino Coppedè, la sua progettazione e costruzione inizia nel 1915 e termina dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, i lavori furono completati da suo cognato Paolo Emilio André.

Quest’altra Roma è ovviamente ricca di leggende, la prima che l’architetto fosse legato a sette occulte e massoniche per cui di tutte le figure che si vedono sui palazzi e le ville ci si può chiedere il loro significato recondito. In verità se si va a leggere la sua biografia sull’enciclopedia Treccani, qui il sito, si scopre come i suoi lavori abbiano influenze di vario tipo, dal rinascimentale allo stile liberty, già precedentemente alla progettazione di questo “quartiere”. In definitiva l’atmosfera è sicuramente particolare, ti fa facilmente fantasticare, ma lo ritengo più un museo all’aperto che qualcosa di esoterico e misterioso.

I Palazzi degli Ambasciatori, la porta d’ingresso e quindi la prima perla di questa Roma a parte, sono collegati tra loro da un ampio arco che sembra abbracciarli anche dal punto di vista architettonico essendo un miscuglio di stili che vanno dal romanico al gotico, dal rinascimentale e ovviamente al liberty.

Si tratta di due costruzioni a forma triangolare che terminano con due torrette, di forma diversa, su quella sinistra vi è l’iscrizione della data del tutto attendibile di costruzione, il 1921. È soprattutto l’arco ad attirare l’attenzione con il grande volto che sembra scrutare chi entra, la stessa raffigurazione è ricorrente perché si trova anche all’entrata di altri palazzi. Sopra lo stemma dei Medici a ricordare la sua città natale e tre dipinti con una scritta in basso poco leggibile. Sulla sinistra un’edicola con la Madonna con bambino. È doveroso soffermarsi con il naso all’insù all’interno dell’arco per ammirarne il soffitto finemente decorato e il grande lampadario in ferro battuto adornato con dei cavallucci marini. Sulla colonna a sinistra la dedica a sé stesso, l’architetto Coppedè.

Superato l’arco arriviamo in piazza Mincio al centro della quale c’è la Fontana delle Rane. Costruita nel 1924, in stile barocco, consta di una vasca circolare al centro della quale delle figure umane sostengono delle conchiglie, sopra una vasca più piccola contornata dalle rane. Sembra sia un omaggio ad un’altra famosa fontana di Roma, quella delle Tartarughe sita a pochi passi dall’Antico Ghetto Ebraico, in piazza Mattei. Deve la sua popolarità anche al fatto che pare che i Beatles vi fecero il bagno dopo un loro concerto al Piper che dista poco più di cento metri dalla fontana.

Guardandosi attorno si scoprono le forme geometriche e le maioliche colorate delle entrate dei palazzi che danno sulla piazza, il più noto è il il Palazzo del Ragno. Il nome è dovuto alla particolarità di avere sopra il portone d’entrata la decorazione di una ragnatela con al centro un ragno dorato inserito in uno sfondo nero. Ai lati delle finestre delle colonne spiraliformi sormontate da piccole aquile. Sopra al piccolo balcone si nota il dipinto che riproduce un cavaliere con due grifoni e la scritta “LABOR”.

Dalla parte di via Tanaro un’altra scritta “MAIORUM EXEMPLA OSTENDO/ARTIS PRAECEPTA RECENTIS”, tradotto in “rappresento i precetti dell’arte moderna attraverso l’esempio degli antichi” ad esprimere il legame tra le varie forme di arte tanto caro a Coppedè .

In Piazza Mincio il centro di questo piccolo e fiabesco lato di Roma, scopriamo ancora una sorpresa, il Villino delle Fate, in teoria sarebbero tre in un unico corpo. Sono stati realizzati nell’arco di tempo tra il 1919 e il 1926. Già guardandolo nel suo insieme, con i suoi archi, colonne e logge, i suoi marmi e le sue vetrate ci dà un’impressione di magia. Osservandoli singolarmente la prima cosa che si nota è la rappresentazione, quasi un omaggio ad alcune tra le più significative città italiane, Roma, Firenze, Venezia e Milano. Osservando con attenzione tutti i lati troviamo, infatti la lupa di Roma con Romolo e Remo, le figure di Dante e Petrarca e la scritta “Fiorenza bella”, il Leone alato di San Marco sotto al quale c’è un veliero, infine, molto più nascosto, sulla torretta sotto l’orologio il biscione. Le pareti della casa sono, inoltre, ornate con putti, scene di processioni con frati e monache, festoni, logge con decorazioni floreali, scritte in latino. Un’ultima particolarità, visibile da via Olona è la meridiana, decorata con cura la linea degli equinozi.

Girando per questo quartiere si scoprono altri villini, come ad esempio, quello del Gallo, meno decorati, spesso sede di ambasciate, in questa zona ci sono quelle del Marocco, della Repubblica del Congo, del Sudafrica. Fu anche sfondo di alcune scene di film come “Inferno” di Dario Argento o, per i meno giovani, “Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy con attori del calibro di Vittorio Gassman, Claudia Cardinale e Nino Manfredi, e molte altre ancora sia horror che gialli o di altro genere.

A poca distanza dal quartiere, più o meno un quarto d’ora, abbiamo il parco di Villa Torlonia, dove mi sono riposato all’ombra prima di visitare la Casina delle Civette. Ora è un museo ma prima, fino al 1938 era la residenza della famiglia Torlonia, in particolare di Giovanni Torlonia junior, ed era conosciuta come la capanna svizzera . Durante la Seconda guerra mondiale fu occupata dalle truppe americane e venne rasa al suolo quasi interamente. Finalmente negli anni tra il 1992 e il 1997, dopo un incendio che devastò quello che ne rimaneva, venne restaurata. Oggi è possibile visitare il suo interno, per conoscere nel dettaglio la sua storia è utile visualizzare il sito. Cosa c’è da vedere? Le vetrate, sono il carattere distintivo, si nota lo sviluppo che ha avuto questa tecnica negli anni, tant’è che la casina è diventata, dopo il suo restauro, il Museo della Vetrata Liberty.

All’interno fanno bella figura anche i ferri battuti e i rivestimenti, finemente decorati e arricchiti in ottone, le maioliche di ditte molto prestigiose che, ad esempio, compongono il pavimento e gli stucchi che si completano con le altre decorazioni delle sale. A proposito di vetrate sono da vedere quelle coloratissime della Serra Moresca, finita di restaurare da poco tempo, inserite in un’architettura particolarissima molto somigliante a quella dell’Alhambra di Granada caratterizzata dalla torre e da una bella fontana interna.

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