Proprio per questo ad Urbino si deve programmare una visita alla casa dove vide la luce il 28 marzo 1483 venerdì santo. Raffaello vi trascorse anche parte della fanciullezza imparando l’arte da suo padre, Giovanni Santi, pittore che ebbe un discreto successo. Costruita nel VX secolo, ha subito alcuni passaggi di proprietà fino al 1873 quando venne acquistata dall’Accademia Raffaello. Il primo piano è forse quello più interessante, infatti, oltre all’arredamento di epoche diverse nelle diverse stanze, si notano, già nella prima sala, la Sala Grande, un pregevole soffitto a cassettoni, un bel camino del ‘500 in pietra e soprattutto due dipinti di Giovanni Santi raffiguranti l’Arcangelo Raffaele e san Rocco e altre sue opere.
Proseguendo si entra nella camera dove nacque il pittore, qui troviamo l’affresco della Madonna con bambino inizialmente attribuito a Giovanni Santi, si credeva ritraesse la moglie, Magia Ciarla, con il braccio il piccolo Raffaello. In seguito dopo alcuni studi fu riconosciuta come opera della stesso Raffaello giovane. Il dipinto rappresenta la Madonna di profilo seduta all’interno di una nicchia davanti ad un leggio intenta a leggere. Nelle sale vicine si osservano altri dipinti di Raffaello, perlopiù copie e la cucina conservata come era a quel tempo, una curiosità è un girarrosto, datato tra il XV secolo e quello successivo. Il suo movimento è garantito da una serie di contrappesi che lo fa girare.

Infine passando da un disimpegno si arriva nel cortile dove si trova, sotto il porticato, una macina utilizzata per la preparazione dei colori e un pozzo che rendeva indipendente la casa dal punto di vista idrico. Da qui si può raggiungere il secondo piano e attraverso il ballatoio, che dà sul cortile interno, raggiungere la Sala dei Cimeli dove tra l’altro è esposto un calco in gesso del teschio del Divin Pittore. Proseguendo la visita si entra nella Sala dei Doni dove sono raccolti vari oggetti ed infine si entra nella Sala dell’Accademia per poi tornare verso l’uscita.
Continuando sulla stessa strada in salita si arriva in piazzale Roma dove si trova il monumento a Raffaello, opera di Luigi Belli, fu innalzato alla fine dell’800 davanti al Palazzo Ducale, poi spostato dopo la seconda guerra mondiale nella collocazione odierna e restaurato nei primi anni di questo secolo. La statua è in bronzo e lo rappresenta intento a dipingere con tavolozza nella mano sinistra e pennello in quella destra, poggia su una base marmorea con bassorilievi con al centro la copia del ritratto che fece Raffaello a Papa Leone X con i nipoti. Appena sotto, ai lati, due statue anch’esse in bronzo che rappresentano il Genio e la Rinascenza, al centro tre putti con la scritta RAPHAEL URBINAS, ancora più in basso una serie di medaglioni con i ritratti di alcuni personaggi tra cui Bramante e Perugino.
Girando immediatamente verso sinistra, su via dei Maceri, si entra nel parco della Resistenza dove si può riposare sul prato che circonda la Fortezza Albornoz, edificata verso la fine del XIV secolo e modificata nei secoli successivi. Si presenta con pianta rettangolare con due torri semicircolari e al suo interno ospita reperti archeologici ed varie attrezzature da guerra. La sua posizione, sul monte di san Sergio, il punto più alto della città, consente una visuale panoramica di Urbino dominata dalla facciata del Palazzo Ducale e contornata dalle colline di Montefeltro.
Quando si arriva ad Urbino con l’auto è possibile parcheggiare al parcheggio Mercatale ed utilizzare un comodo ascensore per raggiungere il centro oppure si può salire la rampa elicoidale, disegnata dall’architetto Francesco di Giorgio Martini e costruita negli anni ottanta del ‘400 per permettere al Duca Federico II e alla sua corte di raggiungere a cavallo il palazzo Ducale direttamente dalle stalle che si trovavano in corrispondenza dell’odierno parcheggio. Dall’uscita, superando Porta Valbona, la principale entrata verso il centro storico, in pochissimi minuti si arriva all’entrata dell‘Oratorio di san Giovanni Battista. La costruzione risale alla metà del secolo precedente ed era destinata a fungere da ospedale per i pellegrini, gli ammalati ed i penitenti delle Confraternite di San Giovanni Battista e di Sant’Antonio Abate. La facciata esterna in mattoni in stile neogotico è stata realizzata nei primi anni del’900, ma è internamente che ci si meraviglia davanti agli affreschi, in stile tardo gotico, dei fratelli Jacopo e Lorenzo Salimbeni da San Severino Marche. Si tratta di un ciclo di affreschi del XV secolo che rappresentano, dietro l’altare maggiore, la Crocefissione, e lungo la parete laterale destra e sulla controfacciata le Storie di san Giovanni Battista, che però risultano alquanto danneggiate da un restauro, pare che questa parte sia opera di Antonio Alberti da Ferrara.
Sulla parete di sinistra due Madonne con Bambino, la prima detta Madonna del Paradiso è affiancata dai santi Girolamo e Giovanni Battista, la seconda detta dell’Umiltà dai santi Sebastiano e Battista, tutto sotto un soffitto ligneo a carena di nave di una navata unica. La mia attenzione è stata però subito attirata dalla straordinaria Crocefissione dove emerge immediatamente il dramma della scena che si coglie nella disperazione della Maddalena e dei personaggi che si muovono attorno alla Croce, ma il capolavoro di tanta tragicità è l’uccello che nutre i suoi piccoli con il sangue che fuoriesce dalla ferita sul petto.

Sulla parete di destra, la vita di San Giovanni Battista, descritta con più serenità, è divisa in nove riquadri dove persone con vestiti e cappelli lussuosi ci riportano all’epoca della fine del XIV secolo e all’inizio di quello successivo. Uscendo, e guardando verso destra si vedono i torrioni del Palazzo Ducale, un primo sguardo sulla Urbino rinascimentale. Sulla stessa via, a poca distanza, si trova l‘Oratorio di san Giuseppe, dove in ambienti distinti si possono osservare capolavori che vanno dal Rinascimento al Neoclassico. Sede della confraternita omonima che si riuniva nel vicino Oratorio di san Giovanni Battista fino ai primissimi anni del XVI secolo quando sentì l’esigenza di averne una propria. La visita si snoda tra diversi ambienti, l’ingresso dove superata la biglietteria si sale una scalinata che porta alla chiesa a navata unica in stile barocco dove osservare le pareti riccamente affrescate con quattro gradi tele che raccontano la vita di san Giuseppe, un bellissimo lampadario, la grande statua del Santo posta al centro, sopra l’altare, tra due colonne di marmo rosso e l’organo.
Sulla destra dell’altare maggiore c’è la cappella dello Sposalizio, in stile neoclassico aggiunta verso la fine del ‘700. L’altare, ornato con stucchi e marmi colorati, ospita in un edicola decorata con angeli che lo sorreggono, la più antica copia del quadro di Raffaello, lo Sposalizio della Vergine. Rientrando nella chiesa si prosegue lungo un corridoio dove sono esposti alcuni quadri e una Madonna con Bambino, fino ad arrivare alla Sacrestia dove, oltre ad oggetti tipici dell’uso che si faceva di questo ambiente come ad esempio panche, paramenti sacri, quello che serviva per la celebrazione della messa e alcuni ritratti di confratelli, c’è un armadio settecentesco dipinto in modo particolare, che occupa tutta la parete.
Adiacente si trova la cappella del Presepe, parte dell’antico oratorio rimasta ancora intatta dove si può vedere un presepe in stucco a grandezza naturale opera dello scultore Federico Brandani realizzato verso la metà del XVI secolo. Osservandolo con attenzione si nota che, oltre alla capanna con la sacra famiglia, il bue, l’asinello e i pastori in adorazione si vede sullo sfondo e ai lati della grotta uno scorcio di città e superiormente una cosiddetta gloria angelica. Questo presepe è considerato uno dei capolavori del manierismo italiano.

Al termine di via Federico Barocci c’è l’Oratorio della Cinque Piaghe, più piccolo e l’unico in stile barocco-rococò di tutta Urbino. All’interno presenta un bel crocefisso in cartapesta e dieci dipinti che raffigurano la Passione di Cristo. Passando per piazza della Repubblica ed imboccando via Vittorio Veneto si arriva in piazza Giovanni Pascoli dove si erge il Duomo ovvero la Cattedrale di Santa Maria Assunta. Quando nel XIII la sede vescovile venne portata all’interno delle mura divenne cattedrale e su istanza di Federico di Montefeltro venne completamente ricostruita in stile rinascimentale nei secoli compresi tra il XV e il XVI quando venne completata con la cupola. Tra il ‘700 e il secolo seguente venne nuovamente ristrutturata su progetto di Giuseppe Valadier in stile neoclassico.
Esternamente la facciata in pietra suddivisa in tre parti da pilastri con capitelli di ordine diverso è decorata con cinque statue, tre sul frontone, che rappresentano le virtù Teologali le altre due, sant’Agostino e san Giovanni Crisostomo subito sotto sugli spioventi. Osservando con attenzione si nota anche una scritta di ringraziamento per aver sovvenzionato i lavori del tetto. Ai lati, al termine della balaustra della gradinata esterna, eretta alla metà dell’ 800, si vedono altre due statue a destra quella del Beato Mainardo, e a sinistra quella del patrono san Crescentino.
Internamente la pianta è a tre navate bianche, in stile neoclassico, con la volta a botte e una cupola centrale a cassettoni e gli evangelisti nei tondi dei pennacchi. Partendo dalla navata di sinistra ci sono cinque altari che ospitano oltre alla fonte battesimale con un gruppo scultoreo settecentesco, altre opere di datazione tra il XVI secolo e il secolo seguente. Spostandoci nella navata di destra troviamo anche qui cinque altari dove vedere altre tele del ‘600, tra cui il Martirio di san Sebastiano, nel terzo e Santa Cecilia in estasi fra i Santi Giovanni Evangelista, Maria Maddalena, Paolo e Caterina d’Alessandria, nel quarto, entrambe opere di Federico Barocci

Nel transetto troviamo altri due altari, uno a destra dove vediamo un orologio, e l’altro a sinistra, nel primo c’è la statua in cartapesta del patrono della città, nel secondo una tela della Vergine con Bambino, ai lati due statue dedicate, quella a sinistra a Clemente XI e quella destra a Raffaello.
Il presbiterio ospita l’altare maggiore in marmo policromo con bassorilievi e un coro ligneo ottocentesco di pregevole fattura, sulle pareti due nicchie intitolate ai papi Pio VI e Clemente XI, dietro la pala che raffigura la Madonna Assunta in cielo con San Crescentino ed il Beato Mainardo di Cristoforo Unterberger
Infine ai lati del presbiterio due cappelle, a sinistra la cappella del Santissimo Sacramento, che assieme a quella del lato opposto, sono ciò che resta della cattedrale rinascimentale anche se le decorazioni attuali, gli stucchi e le piccole tele presenti sulla volta a botte, cosi come i due grandi dipinti che ornano le pareti sono datate XVI secolo. Qui possiamo osservare un altro capolavoro di Federico Barocci, l’Ultima Cena ci vollero ben nove anni per realizzarlo. Dall’altra parte una tela che riproduce l’Adorazione dei Magi. Ai lati delle tele si vedono delle statue di personaggi della Bibbia.

A destra la cinquecentesca cappella della Concezione che però fu decorata solo un secolo più tardi. La volta è somigliante a quella della cappella del Santissimo Sacramento, mentre il soffitto venne decorato con dipinti opera di Giovan Battista Urbinelli, alle pareti anche in questo caso che raffigurano la Natività e l’Assunzione della Vergine.
Oltre alla Basilica si deve trovare il tempo per visitare il Museo Diocesano Albani che ha sede nel Palazzo Episcopale. L’ingresso è dalla cattedrale e la visita si sviluppa lungo un percorso di sette sale e due sacrestie. Nella prima viene illustrata la storia della Cattedrale con le sue fasi di costruzione raffigurate nei disegni dell’epoca tra cui i più interessanti sono quelli dell’altare maggiore e della cupola. La seconda espone il tesoro degli Albani quindi si vedono paramenti sacri, oggetti in oro ed argento come la tiara di Papa Clemente XI, o il reliquiario della Santa Croce e bellissime porcellane. Nella terza sono raccolti oggetti che testimoniano la devozione dell’epoca medioevale, infatti, si vedono la mitria e la pastorale del Beato Mainardo, una Madonna del latte datata XIV secolo e un crocefisso in legno opera di Antonio di Agostino da Fabriano. La quarta raccoglie opere riferibili al Rinascimento quando Urbino era considerata una delle capitali. In quella seguente, la quinta, sono ospitate opere realizzate tra la fine del ‘400 e l’inizio dell’500, oltre ad un candelabro in bronzo regalo dei duchi alla cattedrale, si ammirano alcuni quadri opera di artisti del territorio, come Cristo alla colonna di Federico Zuccari. La sesta sala si rifà al barocco ed è caratterizzata dalla presenza del dipinto della Beata Michelina di Federico Barocci che con la sua arte ed i suoi allievi, di cui si possono osservare anche qui alcuni quadri, influenza la scena del XVII secolo. L’ultima prima delle due sacrestie raccoglie arredi liturgici di vario tipo come calici, ampolle e reliquiari, sulle pareti ci sono dipinti provenienti da secoli diversi. Per finire ci sono le due sacrestie, quella nuova costruita nel ‘700 conserva un arredo ligneo in legno di noce e un leggio in ottone appartenuto a Federico di Montefeltro e quella vecchia che conserva l’architettura rinascimentale, vi sono conservati alcuni libri corali e alcuni affreschi staccati dalla chiesa di san Domenico e altri della cupola cinquecentesca della Cattedrale.
Parte integrante del museo è l’Oratorio della Grotta che presenta quattro cappelle, tre, ricavate dopo il rifacimento della cattedrale nel XVI secolo, la quarta del secolo seguente, a formare un itinerario di devozione che partiva dalla natività fino alla morte e resurrezione di Cristo. La prima cappella è dedicata alla Natività e vi si vedono oltre ad alcuni affreschi, un altare in marmo dove spicca l’adorazione dei pastori di Emilio Taruffi. La seconda è la cappella del Crocefisso, rifatta nei primi anni dell ‘800, dove è sepolto l’ultimo Duca di Urbino, Federico Ubaldo della Rovere. A seguire la cappella della Pietà decorata con affreschi sull’altare e sul soffitto un gruppo marmoreo raffigurante la pietà opera di Giovanni Bandini. La quarta è detta del Calvario dove spicca una rappresentazione del Golgota con la crocefissione e dieci statue in terracotta tra cui il compianto sul Cristo morto.
Adiacente sulla sinistra del Duomo, in piazza Duca Federico, si trova il Palazzo Ducale che fu la residenza di Federico da Montefeltro uno dei più raffinati e colti signori del Rinascimento.
La costruzione del palazzo si è distribuita in almeno tre fasi, la prima affidata all’architetto Maso di Bartolomeo che condusse alla costruzione del palazzetto della Jole, creato nel 1444 dalla congiunzione di due palazzi ducali più antichi. La seconda, sempre quattrocentesca, prese il via una ventina di anni dopo con il contributo dell’architetto Luciano Laurana a cui si deve il riassesto del cortile interno e soprattutto la facciata dei Torricini che deve il nome a due torri sottili con sei finestrelle poste ai lati di tre piani caratterizzati da balconi ad arco.

A questo architetto si devono anche la realizzazione dello scalone d’onore, la biblioteca, alcune sale e lo studiolo del Duca. Questo ambiente, riaperto da poco, merita un discorso a parte, infatti si tratta di un capolavoro dell’arte rinascimentale molto ben conservato tale da permettere di comprendere il gusto di Federico.
Si trova nel cuore del palazzo, al piano nobile, all’interno dell’appartamento del Duca, la sua realizzazione, ad opera di artisti fiamminghi, è datata 1446, data che appare sotto il soffitto a cassettoni. Nella parte superiore, su due registri, le pareti erano decorate con ventotto ritratti di personaggi illustri, lavori di Giusto di Gand e Pedro Berruguete, si riconoscono Platone e Aristotele, Dante e Petrarca, Cicerone Seneca e Virgilio, Mosè e Salomone, Sant’Agostino e Sant’Ambrogio.

Sotto le pareti sono coperte da tarsie in legno realizzate da diversi autori, interessante è la prospettiva che ci proietta in uno studio con armadi aperti, vetrinette contenenti libri, strumenti musicali disposti su ripiani, si vede il ritratto del Duca senza l’armatura riposta in una altra vetrina, inoltre, si posso osservare le tre virtù teologali.

La terza fase è opera di Francesco di Giorgio Martini a cui si deve l’ultimazione delle parti incomplete degli spazi interni privati e degli arredi e la costruzione dell’impianto idrico. Altri architetti lavorarono per completare il palazzo, fu demolita la merlatura medioevale e terminato il secondo piano. Al suo interno è ospitata la Galleria Nazionale delle Marche che occupa le sale del primo e secondo piano. Istituita nel 1912 per regio decreto ospita importanti capolavori provenienti da chiese e conventi del marchigiano per ampliare con il tempo la collezione documentando il tal modo l’arte l’arte di questa regione soprattutto nei secoli tra il XIII e il XVIII nonché quella italiana.
Vi si entra attraversando il maestoso cortile d’onore con la pavimentazione in cotto e una con un porticato ai lati caratterizzato da volte a crociera e colonne con capitelli diversi tra loro e superiormente un’iscrizione che celebra il Duca Federico da Montefeltro. Al piano terra si trova il Museo Lapidario e la Biblioteca del Duca che presenta un soffitto incredibilmente splendido, su uno sfondo bianco con al centro un aquila con attorno uno stuolo di cherubini e molte fiammelle riprese lungo tutto la volta.
La visita inizia al primo piano o meglio piano nobile e, attraversando un antico portale, si entra negli appartamenti della Jole che furono la prima residenza di Federico da Montefeltro e sono dedicate al medioevo. In queste sale oltre ai fregi, agli stucchi e ai caminetti, si ammirano opere come la lunetta di Luca della Robbia la Flagellazione opera di Piero della Francesca a cui è riservata un’unica stanza, la terza, polittici datati tre-quattrocento, come ad esempio quello che ornava l’altare maggiore di san Bartolo che racconta quattro storie di questo santo, si può entrare all’interno dell’alcova di Federico decorata con bellissime pitture di alberi o anche vedere quel che resta degli affreschi trecenteschi della cappella maggiore della chiesa di San Domenico di Urbino opera di Antonio Alberti da Ferrara.
La visita continua con gli appartamenti dei Melaranci che ospitano opere dell’inizio del Rinascimento come gli appartamenti degli Ospiti, qui erano alloggiati gli invitati del Duca e vi sono raccolte opere del Rinascimento tra cui la famosissima Madonna di Senigallia di Piero della Francesca proveniente dall’altare della chiesa di santa Maria delle Grazie. La sua storia è avvincente, infatti, venne trafugata assieme alla Flagellazione e alla Muta di Raffaello il 6 febbraio del 1975 e ritrovata un anno più tardi poco prima di essere venduta in un albergo di Locarno in Svizzera

Nella sala adiacente si vede un’altra opera prestigiosa la città ideale, opera di un artista ignoto, proviene dal monastero di Santa Chiara di Urbino e risale agli ultimi anni del XV secolo. Nel dipinto si vede una piazza con edifici e due pozzi ai lati, al centro una grande edificio somigliante ad un battistero e sullo sfondo un paesaggio collinare, non c’è segno di presenza umana, guardando con attenzione ci sono due piccioni sul cornicione del palazzo di destra.

Proseguendo si entra negli appartamenti del Duca, prima nella sala delle udienze, dalla forma irregolare dove osservare i tre portali d’ingresso con la scritta FE DUX, ovvero Federico Duca, presentano pregevoli tarsie che rappresentano strumenti musicali, armature ed emblemi araldici. Nella sala si nota un bel camino decorato con angeli sulla sinistra del camino, e sulla parete due quadri di Pedro Berrugguete, uno ritrae Federico da Montefeltro seduto intento a leggere con il figlio Guidobaldo, osservandolo con cura si notano le onorificenze ricevute dal Duca, l’onorificenza dell’Ordine della Giarrettiera sotto il ginocchio sinistro, la mitra ingioiellata sulla mensola e il Toson d’oro al collo. Prima di entrare nello studiolo, descritto in precedenza, si apre la Cappellina di Guidobaldo II affrescata da Niccolò Frangipane.
Superato lo studiolo del Duca c’è il guardaroba con accesso al torricino nord che fungeva da percorso per spostarsi da un piano all’altro usando una scala elicoidale, ancora oggi fruibile, allora era ad uso privato del Duca. Raggiungendo la sommità si gode di una vista sulla città, sulle mura con la fortezza Albonoz e sull’eleganza del suo gemello posto a sud. Uscendo dal guardaroba e attraversando anche in questo caso una stupenda porta intarsiata, si entra nella camera del Duca, qui si nota immediatamente il grande lavabo, uscendo si entra nella sala degli Angeli che prende il nome dalla decorazione del camino, ci sono una serie di angeli che sembrano rincorrersi e si osserva la grande pala d’altare Comunione degli Apostoli opera di Giusto di Gand e sotto la predella, le sei tavole intitolate il Miracolo dell’Ostia profanata di Paolo Uccello entrambe del XV secolo.

Collegata a questa sala c’è il salone del Trono, dalla configurazione maestosa, una sala di cinquecento metri quadrati, un tempo era la sala delle feste e ospitava anche un trono, oggi ci sono una serie di bellissimi arazzi del ‘600 che decorano le pareti, due grandi camini e alzando lo sguardo sul soffitto a botte si notano numerosi rosoni forati che servivano per agganciare delle torce in modo da illuminare tutto l’ambiente durante i balli o le recite. Da qui si passa alla sala delle Veglie che è dedicata al padre e maestro di Raffaello, Giovanni Santi qui sono esposte alcune delle sue opere, infine entriamo negli appartamenti della Duchessa, il salotto e la camera.
Nella seconda due capolavori di Raffaello Sanzio ovvero la tavoletta con santa Caterina e la Muta, un olio su tavola dei primi anni del ‘500. Si tratta del ritratto di una nobildonna dove lo sfondo scuro mette in luce i suoi tratti raffinati, guardando la posa si può notare una somiglianza con la Gioconda di Leonardo. Nel salotto sono esposte due opere di Tiziano Vecellio, l’Ultima Cena e la Resurrezione di Cristo che originariamente era parte di un gonfalone processionale per questo motivo la loro dimensione è molto verticale. Per terminare questa parte delle visita si sale al secondo piano detto anche appartamento roveresco dove si ammirano opere che vanno dal ‘500 al ‘700, tra cui cinque scene ispirate alla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, alcuni quadri di Federico Barocci, di Orazio Gentileschi tra cui la Visione di santa Francesca Romana, c’è anche una collezione di maioliche rinascimentali.

La visita termina con i sotterranei dove sono presenti pannelli con esaurienti spiegazioni che indicano l’utilizzo e la disposizione delle cucine, della lavanderia, dei magazzini, delle scuderie e di un ambiente insolito, la neviera ovvero una sala a forma ellittica dove si raccoglieva la neve per conservare gli alimenti facilmente deperibili. Nel prezzo del biglietto era anche compresa la mostra “Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma”.
A pochi passi da Palazzo Ducale troviamo la chiesa di san Domenico dalla facciata in latterizio e dalla doppia scalinata che permette di raggiungere il portale caratterizzato da un piccolo porticato. Nella lunetta vediamo una copia della Madonna con Bambino e Santi Domenico, Tommaso d’Aquino, Alberto Magno e Pietro Martire opera di Luca della Robbia, l’originale si può vedere nelle sale della Galleria Nazionale delle Marche. Internamente sono ospitati sull’altare maggiore, sulle pareti dell’unica navata e sugli altari laterali, numerosi dipinti tra cui alcune copie di opere del Guercino del Domenichino e del Barocci. Da fermarsi a vedere è la cappella della Madonna dell’Umiltà cui si accede dall’esterno della chiesa dove ammirare quel che resta degli affreschi di Ottaviano Nelli che ornavano le pareti.
Come descritto in precedenza da Porta Valbona seguendo via Giuseppe Mazzini si arriva direttamente in piazza della Repubblica il centro della città, qui si uniscono i due colli, da qui, passando davanti a Palazzo Albani, costruito nel XV secolo, si arriva all’orto botanico dell’università e alla vicina chiesa di Santo Spirito dove oltrepassando il portale rinascimentale si deve alzare lo sguardo per ammirare, sulla volta a botte, un ciclo pittorico composto da quindici quadri, all’interno di cornici di legno, che rappresentano i Sette doni dello Spirito Santo, l’Incoronazione della Vergine, il Battesimo di Gesù e la Liberazione di San Pietro.