Brixia, la Brescia romana.

Imboccando via dei Musei arriviamo al parco archeologico di Brixia romana, il Parco Archeologico di Brescia Romana i cui reperti ci fanno viaggiare nel tempo e riscoprire la storia di questa città. I romani si stabilirono in questa zona sin dal V secolo a.C. e grazie alla sua posizione, sulla via Gallica, tra la pianura e le vallate, e ai rapporti con le popolazioni celtiche vicine, Brixia divenne un importante centro commerciale ed economico. In quest’area si possono ancora vedere gli edifici più rilevanti.

Il primo impatto è con il Tempio Capitolino, del I secolo d.C. edificato per la devozione a Giove, Giunone e Minerva in sostituzione di uno precedente, che venne interrato, era il tempio principale di ogni insediamento romano, per cui veniva costruito in posizione elevata.

L’attenzione viene rapita in un primo momento dai resti del colonnato corinzio, che era anteriore al tempio. Salendo la scalinata si entra in tre aule. Quella a sinistra rispetto all’entrata, espone tre teste, due di Minerva, e conserva il pavimento originario in marmo policromo. Sulla parente in fondo i resti di una pedana che fungeva da piedistallo per la statua della divinità di culto.

La sala centrale, quella principale, è dedicata a Giove, la cui statua, ne rimangono dei frammenti, era posta sul fondo. Il pavimento mostra ancora i marmi originali e sulle pareti ci sono moltissime epigrafi, a destra quelle funerarie, a sinistra quelle riguardanti le divinità e sullo sfondo quelle pertinenti all’imperatore.

Nell’ultima sala, quella a destra, al centro c’è la Vittoria alata, una scultura in bronzo ritrovata nell’intercapedine del tempio, insieme ad altri bronzi, di cui alcune cornici sono esposte sulla parete a sinistra della statua, solo nel 1826. Guardandola con attenzione si nota che ha il piede sinistro sollevato. Originariamente era poggiato sull’elmo di Marte e la posa era nell’atto di tenere uno scudo. La stanza, arredata dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldweg, valorizza maggiormente la statua, infatti, sul fondo, oltre al podio per la divinità, sono ancora osservabili alcuni resti dei marmi che ornavano la pavimentazione originale e le pareti riprendono i finimenti antichi così come il pavimento.

Precisamente a sinistra del Tempio si scende nel Santuario repubblicano, collocato ai piedi del Capitolinum, dove sono magnificamente conservati i ricchi affreschi del I secolo a.C., si trattava di tempietti con ingressi separati con un portico all’entrata.

Il percorso si dipana lungo quattro stanze, che presentano, oltre agli affreschi, dai colori sgargianti, con delle colonne, bianche, interposte tra loro e sotto un fine tendaggio, i pavimenti sono a mosaico, e alcuni resti dei fregi, posti in origine sopra gli architravi, decorati con fiori e frutti fanno da cornice

Al piano terra, un pilastro, un’ara romana, al centro della sala, che sorregge il soffitto con volte a crociera. Qui troviamo esposti oggetti di valore come una crocetta d’oro con rubini e soprattutto un cofanetto, detto lipsanoteca, che fungeva da reliquiario, in avorio, decorato con episodi della Bibbia, in basso ed in alto, e della vita di Cristo nel mezzo, la data presunta è il IV secolo d.C..

Uscendo ci si trova in uno dei cortili interni, da qui si entra nella Basilica di san Salvatore. Una chiesa fondata sui resti di un’abitazione del I secolo, è il cuore del monastero benedettino femminile del VIII secolo d.C.. Rimaneggiata nel IX secolo con tre navate divise da colonne differenti tra loro alcune di tipo romano , altre di costruzione longobarda e questa differenza si nota anche nei capitelli. Le decorazioni interne mettono in evidenza con marmi longobardi, resti dell’antico arredamento della chiesa, bellissimi stucchi all’interno degli archi che collegano le colonne e quel che rimane degli affreschi sulle pareti che raccontano la vita di Cristo, della Vergine di alcuni santi, ad esempio, san Giovanni Battista a cui è dedicata una delle tre cappelle sul lato nord, e di alcuni martiri le cui reliquie tra cui quella di santa Giulia, erano custodite nella cripta costruita nel VIII secolo, oggi presenta ancora una parte originale, longobarda, ed una seconda dovuta alla sua modifica avvenuta nel XII secolo. I due spazi sono completamente differenti, nel primo ci sono pilastri quadrati, in marmo, il secondo è caratterizzato da colonne tonde con capitelli con raffigurazioni di animali. Ad un certo punto ci si deve fermare nella cappella alla base del campanile qui si rimane a contemplare gli affreschi del Romanino datati XVI secolo, il ciclo delle storie di sant’Obizio.

Direttamente collegato, tramite delle finestrelle, a ridosso delle facciata c’è il Coro delle Monache, costruito nel XV secolo permetteva alle suore di clausura di assistere alle funzioni senza essere viste. Questo spazio, ristrutturato il secolo successivo alla costruzione, si sviluppa su due piani quello inferiore era il sagrato, della chiesa mentre quello superiore è il coro vero e proprio.

La stanza ha un soffitto a botte finemente decorato con al centro la figura di Dio, le pareti sono intervallate da archi e colonne. Quello che salta immediatamente agli occhi sono le decorazioni, affreschi del XVI secolo, opera di Floriano Ferramola che dipinge le pareti laterali del livello superiore e la volta e di Paolo da Caylina il Giovane che affresca il resto del coro. Sul registro superiore si nota un ciclo che descrive la vita del giovane di Gesù, la parete di sfondo, la più importante, è occupata dalla Crocefissione che attira l’attenzione per i suoi contrasti pittorici.

Nelle cappelle laterali viene rappresentata la passione di Cristo, sulla parete nord invece si ammirano gli affreschi che ritraggono la deposizione, la resurrezione e l’ascesa al cielo di Cristo, lateralmente, di altro artista scene della passione di Gesù.

Nella sala si trova anche il Mausoleo Martinengo, un maestoso monumento funebre del XVI secolo, quindi in stile rinascimentale, con colonne in marmo, probabilmente di recupero, e bronzo con preziosi fregi e formelle in bronzo. Originariamente era nella chiesa del Santissimo sacramento di Cristo sempre a Brescia, che passa quasi in secondo piano rispetto alla magnificenza dei dipinti.

Alla fine del percorso ci sono da vedere le Domus romane chiamato Domus dell’Ortaglia, i resti di un quartiere residenziale posto sul colle Cidneo. Sono due dimore, la Domus di Dionisio del II secolo e la Domus delle fontane, più ampia, che furono abitate fino al IV secolo.

La loro ottima conservazione permette di rendersi conto della magnificenza dei cortili e degli ambienti, di rappresentanza e privati, con i pavimenti musivi direttamente connessi con gli affreschi delle pareti, che si continuavano con i giardini e gli orti. Molto interessante è il sistema idrico della Domus delle fontane che serviva sia per far funzionare le fontane che per riscaldare i vani.

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