Un lago, e che lago, il secondo per estensione degli Stati Uniti, molto lungo quasi trecento chilometri, è artificiale e si trova tra Arizona e Utah, nella regione del Glen Canyon National Recreation Area. Ero a Page alcuni anni fa, a fine agosto del 2011, dove ho dormito presso un Motel 6, ho imparato rapidamente a prenotare in anticipo per i weekend, gli americani si spostano in molti nei fine settimana e perciò è alquanto difficile trovare da dormire all’ultimo momento, provenivo dal Grand Canyon. Prende il nome dal maggiore John Wesley Powell geologo ed esploratore. Questa bellezza è formata dal Colorado River, sì proprio quello che ha scavato anche quella meraviglia che è il Grand Canyon, il cui decorso è interrotto dalla diga ad arco del Glen Canyon, costruita in dieci anni dal 1956. Entrando al Visitor Center si possono prenotare visite guidate che ti portano nei meandri e nelle cavità di quest’opera ingegneristica e avere altre informazioni, per esempio sulla costruzione o sui dintorni da visitare. Page è una piccola cittadina abitata da poche migliaia di persone che deve la sua importanza soprattutto al turismo, infatti si trova al centro di luoghi incantevoli e quindi è la meta perfetta dove fermarsi per scoprirli.
Cosa fare e cosa vedere? Innanzitutto nella parte meridionale Wahweap Bay e la sua marina, da dove partono tutte le crociere e dove ci si può divertire praticando molti sport acquatici o anche noleggiare quei battelli particolari che si vedono in ogni fotografia della marina, le Boat House.

Una particolarità è la Lakeshore Drive che conduce a a diversi punti di osservazione del lago, se la seguite magari avendo anche voglia di farvi una passeggiata di un’oretta arriverete al Wahweap Viewpoint da dove ci si può rendere conto della vastità di questo specchio d’acqua e fare delle magnifiche foto soprattutto al tramonto. Proseguendo si rientra sulla Highway 89 in direzione di un’altra meraviglia l’Horseshoe Bend di cui parlerò dopo.
Volete trovare un oasi di pace e fare un bagno in tranquillità? Bene allora da Page imboccate la Highway 89 e in una ventina di minuti, sarete nello stato dello Utah, si arriva alla Lone Rock Beach, vi troverete su una spiaggia isolata, poco conosciuta, che degrada dolcemente e riconoscibile facilmente dal fatto che dall’acqua spunta questa roccia, rossa ed imponente. L’appagamento di immergersi in queste acque è stato indescrivibile, nessun rumore, il silenzio interrotto solo dal lieve sciabordio delle onde.

La miglior occasione per vedere da vicino le bellezze di questo lago è navigarlo prenotandosi una crociera, ce ne sono di varie tipologie, non si deve pensare che anche se dura tre ore si vedrà tutto, ma almeno il Navajo Canyon, con le sue grotte e le sue rocce che danno adito alle interpretazioni più bizzarre e il Rainbow Bridge National Monument, che ho descritto in un altro post devono essere compresi. Il paesaggio è fatto di stretti e sinuosi canyon circondati da rocce con aspetti strani, colori rossastri e arancioni che si riflettono nell’acqua di un blu profondo, e forme strane come, ad esempio, la Cathedral in the desert, uno scenario spettacolare difficilmente ritrovabile in altre zone del mondo. Durante la navigazione si notano tre camini innalzarsi in lontananza, sono i camini di raffreddamento della centrale, elettrica a carbone, Navajo Generating Station, ora demolita.

Nelle vicinanze è imperdibile la visita dell’Horseshoe Bend, un altro tesoro della natura, l’ansa, a forma di ferro di cavallo, più fotografata del Colorado River. Lo si raggiunge in dieci minuti da Page percorrendo sempre la Highway 89, in direzione di Bitter Springs, si arriva al parcheggio a pagamento e un sentierino di un chilometro ci porta al punto panoramico. Bisogna fare attenzione perché il pendio è molto ripido e sdrucciolevole, perciò, il consiglio è di scattare foto in perfetta sicurezza.
Volendo essere pignoli nel distretto del lago Powell ci sarebbero altri due luoghi amati dalla popolazione dei nativi di cui scrivere l’Antelope Canyon e il Rainbow Bridge National Monument, ma ho scelto di parlarne nel prossimo articolo prendendo in esame le dicotomie monumentali tra i nativi e i “coloni”.