Lungo tutta la costa sud si possono ammirare lunghe spiagge laviche quindi nere, la più famosa delle quali è senza dubbio Reynisfjara che si trova vicino al villaggio di Vik, arrivarci non è molto complesso, prima di arrivare al paese c’è una deviazione, sulla sinistra, dalla ruote numero 1 che è segnalata molto bene, non si può sbagliare.

La spiaggia è completamente ricoperta da sassolini di sabbia nera generati dalla cenere e dai detriti dei vulcani, i confini sono dettati da pilastri di roccia basaltica e subito dietro ci sono delle grotte anch’esse di origine lavica, per questo naturale contrasto la spiaggia è sempre molto “visitata” soprattutto dai fotografi. La magia di questo posto aumenta ancora considerando anche i due pilastri che emergono dal mare chiamati Reynisdrangar, legati ad una leggenda che li considera due troll trasformati dal sole, trovati a rubare su una nave. Su questa spiaggia tutti cartelli richiamano a fare attenzione perché l’acqua è molto fredda, le onde si alzano in modo imprevedibile e la risacca è molto forte, per questo motivo consigliano di rimanere nella prima parte della spiaggia e non avvicinarsi troppo al mare. Vicino alla spiaggia c’è il parcheggio, ampio e gratuito e un piccolo ristorante.
Poco prima della deviazione per la spiaggia ce n’è un’ altra sempre dalla route numero 1 sulla 218, è una strada tenuta bene anche se non asfaltata che termina nel parcheggio sul promontorio di Dyrhòlaey dopo una salita importante e alcuni tornanti, si consiglia di guidare con prudenza perché non ci sono parapetti. Dopo aver parcheggiato la macchina si può scegliere fra due sentieri, quello a sinistra si dirige verso il faro e da lì, scendendo lungo una pietraia, si può godere della vista sulla spiaggia di Reynisfjara e dei suoi faraglioni e dell’ arco di Tóin ; sulla destra invece, la vista è su una lunghissima spiaggia nera contornata da colline di un verde intenso, che si estende per molti chilometri verso ovest.




Lungo la route numero 1 si incontrano molte altre spiagge laviche alcune facilmente accessibili altre molto meno, tutte contornate da pinnacoli, più o meno alti, di seguito alcune fotografie.




Sempre lungo la route numero 1, prima di arrivare al parco Skaftafell, dalla strada si vede un piccolo villaggio, Nupstaur, la sua caratteristica sono alcune case con il tetto ricoperto di erba, che le isola dalle temperature invernali, sono dette turf house.


La strada è chiusa da un cancello ma vi si può accedere, vicino alle case c’è una chiesetta, anch’essa costruita con le stesse modalità, si pensa che sia stata eretta intorno al 1200, è un edificio storico proprietà dello stato anche perché ne sono rimaste davvero poche. Si tratta di una possibilità di ammirare queste “costruzioni” al di fuori di un museo. Lo si può immaginare come un salto in un passato mitologico fatto di elfi, fate e gnomi. In Islanda è facile trovare delle minuscole casette nei giardini delle abitazioni adibite a dare ospitalità agli àlfar, che secondo la leggenda sarebbero i figli di Eva. Proseguendo arriviamo in vista del ghiacciaio Vatnajökull che ha molte lingue, ognuno ha un nome proprio, e quindi molti approcci.
Questo ghiacciaio è il più grande di Islanda e d’ Europa, è parco nazionale dal 2008 e sotto il suo mantello ci sono vulcani attivi che danno origine anche a molte caverne visitabili, alcune tutto l’anno, altre solo in stagione invernale ma solo con personale esperto, che può accompagnarvi anche ad un tour sul ghiaccio.

Un’ opportunità di accostarsi a questo “gigante” è visibile dalla strada quando si esce dal parcheggio per la cascata di Svartifoss, guardando alla sinistra, a destra c’è un piccolo aeroporto, un’altra possibilità è imboccare un sentiero che parte dall’ hotel Skaftafell, dove mi sono trovato molto bene e per questo lo consiglio come tappa, un sentiero e in circa 20 minuti a piedi ci porta al ghiacciaio.
Un’ altra esperienza è la laguna di Jokulsarlon, un lago di origine glaciale dove i blocchi di ghiaccio che si staccano si riversano in acqua e poi verso il mare. Si possono osservare iceberg di diverse misure e colori diversi sia dalla riva che prenotando una gita guidata in gommone, da riservare con largo anticipo, che consiglio anche perché in questo modo ci si avvicina al punto dove gli iceberg cadono in acqua.


Questo incanto della natura è sempre molto visitato, ma vediamo il perché. Come detto in precedenza questa laguna è il braccio più a sud del ghiacciaio Vatnajökull, qui il ghiaccio si scioglie, si rompe, cade in acqua e va verso il mare, la guida durante la navigazione all’interno della laguna che ha la durata di un’ora, mi ha fatto notare come la laguna diventi sempre più grande perché il ghiacciaio si restringe, la causa?
Il riscaldamento globale. Se poi si è fortunati di visitare Jokulsarlon con il sole o al tramonto la miscellanea dei colori vi farà restare a bocca aperta e vi rimarrà un ricordo indelebile di uno scenario irripetibile.

Anche la fauna che stazione qui è facilmente godibile, soprattutto non serve molta fortuna per vedere le foche che nuotano nella laguna oppure si prendono il sole sopra un iceberg galleggiante. Altra prospettiva è dalla spiaggia nera detta ” Diamond Beach”, vi si accede superando il ponte e girando verso sinistra. Qui si vedono gli iceberg che escono dalla laguna e si dirigono verso il mare aperto, questa spiaggia è quindi sempre invasa da elementi di ghiaccio che scintillano al sole come se fossero diamanti; per questo Breidamerkursandur ha questo soprannome.

Poco prima di imboccare il bivio per il Fjadrargljufur sulla nostra sinistra possiamo notare queste strane conformazioni del terreno. Si tratta di un ampio campo, pare di più di 550 chilometri quadrati, di lava plasmato da un massiccia eruzione vulcanica avvenuta attorno alla fine del 1800 che costò la vita a moltissime persone ed animali.
La località si chiama Eldhraun e per visitarla ci si deve accontentare di servirsi dei molti parcheggi e di non avventurarsi al suo interno perché è vietato calpestare queste strutture. Il motivo è molto semplice: i torrenti che lo percorrono provenienti dal vicino ghiacciaio lo rendono molto fragile e contemporaneamente consentono la crescita del muschio e per arrivare a questa formazione ci sono voluti centinaia di anni.

Una particolarità sono le uova a Gledivik dell’artista Sigurdur Gudmundsson. Sono 34 uova, ognuna delle quali rappresenta un uccello del posto. La scelta del posto dove esporle diciamo, con un eufemismo, non mi sembra proprio molto appropriata.